Il business della bellezza

Che la bellezza possa tradursi in una risorsa economica lo aveva già intuito, quasi due secoli fa, il poeta Gioacchino Belli, che ad essa dedicò un celebre sonetto in dialetto romanesco.

 Una serie di studi realizzati separatamente da ricercatori italiani, americani e tedeschi ha confermato che essere belli e magri aiuta a trovare lavoro; è risultato che le donne più belle hanno lavori più gratificanti e meglio pagati. E’ ben noto che oggi la bella presenza è richiesta per quasi tutti i lavori che implichino stare a contatto con il pubblico: tra più aspiranti ad un posto di commessa o di cameriera, l’impiego andrà sicuramente alla più carina. La conclusione è più che ovvia: la bellezza paga.

 Se la bellezza è un valore per chi la possiede, lo è ancora di più per chi dal mito della bellezza trae cospicui profitti e sfrutta per scopi commerciali l’ossessione delle donne di piacere e di piacersi. Intorno al settore bellezza, infatti, ruota un giro d’affari di proporzioni esorbitanti: l’industria delle diete, dei cosmetici, della chirurgia estetica, sono tutte legate al mito della bellezza e, dato che guadagnano dal suo perpetuarsi, investono molto perché ciò avvenga. Il messaggio è fin troppo chiaro: “se ti sforzi e spendi abbastanza, avrai il look e la forma giusta, quindi avrai successo e felicità!” E’ nel loro interesse farlo credere.

         

        

E le diete altro non sono che una trovata di marketing per vendere prodotti dimagranti e alimenti light. Senza contare i miliardi che vengono spesi nelle palestre, nelle beauty farm, nei solarium, negli istituti di bellezza, nei centri fitness e nelle cliniche private.

Ragazze e donne di tutte le età si affannano alla ricerca della perfezione: dimagrire, ringiovanire, tonificare, “ritoccarsi”, abbronzarsi, sottoporsi a cicli di massaggi diventano imperativi categorici. La dittatura della bellezza impone di levigare, dimagrire, tonificare, spianare, rassodare, aspirare, riempire.

 Di fronte al bisogno di farsi belle non c’è crisi che tenga, e intanto le industrie della bellezza lucrano sulle insicurezze e debolezze delle donne.

Il settore non conosce crisi e forse, proprio quando le certezze diminuiscono, le persone sono indotte a cercare gratificazioni, non sempre a buon mercato e non sempre innocue, nel farsi belle.

L’industria del dimagrimento e quella farmaceutica, il business della chirurgia estetica, l’ossessione della magrezza della moda fanno leva sulla nostra frustrazione di non essere perfette e ci portano ad odiare il nostro corpo se non risponde ai canoni imposti, inducendoci a fare di tutto pur di rientrare nel cosiddetto c.u.b.o., il canone unico di bellezza omologata.

Con la promessa di farci perdere i chili di troppo, televendite, giornali ed Internet ci propongono novità assurde, inutili o addirittura pericolose. Di tutti questi “miracolosi” ritrovati l’unica cosa certa è che svuotano il nostro portafoglio e fanno affluire miliardi di euro nelle tasche di chi ce li vende approfittando della nostra credulità.

Da una recente indagine del Quality Life Insitute, un’agenzia di ricerca collegata con università italiane ed estere, è risultato che il mercato della bellezza ha un fatturato di oltre venti miliardi di euro, coinvolge trasversalmente decine di settori ed interessa più della metà degli Italiani. Ed il giro d’affari è in continua espansione tanto da stimolare crescenti investimenti.

E così, mentre le donne diventano sempre meno sicure di se stesse e del loro corpo, le aziende che lavorano per “costruire” la loro bellezza diventano sempre più forti, ricche e potenti. 

 

 

 

 

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