La prosperità delle veneri primitive

Fin dagli albori della civiltà la figura femminile, depositaria del principio della vita e della fecondità, è stata protagonista della storia umana.

Nelle epoche più remote i canoni della bellezza femminile erano improntati ad una decisa rotondità. Le più antiche testimonianze sono offerte dall’iconografia preistorica, in particolare dalle cosiddette Veneri Paleolitiche: sculture antropomorfe, scolpite in osso, pietra o avorio, che riproducono figure femminili dai corpi estremamente voluminosi.

Esse rappresentano l’ideale estetico degli uomini primitivi: il volto, le braccia e le gambe della donna sono appena abbozzati, mentre sono estremamente marcate le forme tipiche della femminilità, cioè il seno e soprattutto i fianchi e il ventre, a sottolineare la fertilità della donna e la sua importanza per la sopravvivenza della specie.

L’ideale della bellezza femminile era evidentemente legato alla fecondità: la donna era vista prima di tutto come procreatrice.

Tutte queste caratteristiche sono particolarmente evidenti nella Venere di Willendorf, una piccola statua calcarea risalente al Paleolitico Superiore (30.000 – 25.000 a.C.) e considerata una delle più antiche rappresentazioni femminili.

                        

L’ideale estetico della donna dalle forme piene e abbondanti, intimamente legato all’immagine della procreazione, si è perpetuato nel corso dei secoli ed è presente in tutte le antiche civiltà precedenti a quella ellenica.

 

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