La mia tesi

IL MISTERO DELLA BELLEZZA

 

Non esiste una definizione univoca della bellezza: bello è qualcosa che attrae, che colpisce, che spinge a soffermare lo sguardo senza reprimere un senso di meraviglia, addirittura di estasi.

Ciò che è bello è buono“, scrive Platone.

La bellezza è la verità, la verità è la bellezza“, dichiara nei suoi versi John Keats.

Difficile stabilire cosa sia realmente la bellezza: essa potrebbe essere definita come “una proprietà dei corpi”, proprietà che  viene studiata da sempre e che ancora non si è riusciti a comprendere appieno, né a definire in modo univoco.

Da tempo immemorabile filosofi, letterati ed artisti si sono interrogati sul concetto di bellezza femminile ed hanno coniato moltissimi aforismi.

Per lo scrittore latino Seneca, la vera bellezza risiede nell’armonia e nella proporzione: “Una bella donna non è colei di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti”.

Con Seneca concorda il poeta inglese del Settecento Alexander Pope:

Non è un labbro o un occhio quello che chiamiamo bellezza, ma la forza globale e il risultato finale di tutte le parti”.

Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, invece, pone l’accento sulla relatività della bellezza femminile: “Che cos’é la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e in un dato luogo”.

Altri pensatori ne sottolineano il carattere fugace ed effimero:

 “La bellezza è ciò che cogliamo mentre sta passando” ( Muriel Barbery).

 “La bellezza è una visitatrice che viene senza preavviso, muta forma per un’ora, per un giorno, talvolta per più tempo; svapora ad un alito, dilegua da capo”( Rosamond Lehmann).

Quando riusciamo a vedere la bellezza, essa è sempre perduta” ( Mario Soldati).

 “Passa la bellezza, come profumo all’aria, e il suo ricordo sarà un rimpianto” ( A. Bazzero).

Di opinione completamente diversa é Oscar Wilde: “La bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia, le credenze si succedono l’una sull’altra, ma ciò che é bello é una gioia per tutte le stagioni, ed  un possesso per tutta l’eternità”.

In molti, poi, concordano su una verità inconfutabile: la bellezza è nel corpo, ma non è riducibile al corpo. A tale proposito si può citare Mahatma Gandhi: “La vera bellezza, dopo tutto, consiste nella purezza del cuore” o le parole di un autore anonimo: “La bellezza di una donna non è nei vestiti che indossa, nel suo fisico o nel modo di pettinarsi. La bellezza di una donna deve potersi leggere nei suoi occhi, perché è negli occhi che si trova la porta del cuore… il luogo in cui risiede l’amore”.

Definire la bellezza in tutte le sue infinite sfaccettature é quasi impossibile, ma un dato é assolutamente inconfutabile: la bellezza è qualcosa che genera piacere in chi la possiede e in chi la osserva.

Da sempre le donne hanno desiderato essere belle, ma di certo mai come oggi.

Nella società odierna, infatti, si è affermato un vero e proprio culto del corpo e la bellezza esteriore sembra essere più importante delle qualità morali ed intellettive: una vera e propria ossessione, un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ricorrendo, se necessario, a lifting, ritocchi vari, fino a veri e propri interventi chirurgici per assottigliare alcune parti o riempirne altre.

Ma il mito della bellezza non è certo una prerogativa esclusiva della nostra epoca, se oltre un secolo e mezzo fa il filosofo francese Paul Valéry affermava: “Definire il bello è facile: è ciò che fa disperare”.

Raggiungere e mantenere la tanto agognata bellezza, infatti, è spesso una lotta disperata: è per questo che a volte essere belli significa anche essere disperati.

L’ideale corporeo è spesso innaturale e quindi difficile da raggiungere; nel corso della storia le donne si sono dovute sacrificare ed hanno sofferto per raggiungerlo.

Da sempre esse sono intervenute sul proprio corpo in modo anche violento, sottoponendosi a vere e proprie torture pur di rientrare nei modelli estetici del momento: dai busti di stecche di balena, usati dalle donne del Settecento e Ottocento per strizzarsi le membra fino a spezzarsi le costole pur di avere un vitino di vespa, ai vertiginosi tacchi a spillo di epoca più recente indossati per rendere le gambe più lunghe e slanciate.

Un piedino piccolo su una donna è molto bello” recitava l’antica tradizione cinese: il che portò milioni di genitori a rompere l’arco del piede delle proprie figlie per poi costringerlo in una bendatura strettissima al fine di ottenere quella particolare e “aggraziata” andatura.

Se le donne cinesi si bendavano i piedi per impedirne la crescita, quelle giapponesi si coloravano artificialmente il volto con polvere di riso per renderlo bianchissimo e le dame del Settecento usavano mettere finti nei e coloravano di rosso acceso gli zigomi per esaltare la loro bellezza.

Data l’estrema difficoltà di definire la bellezza, concetto non assoluto ed estremamente mutevole, si può concludere con l’affermazione del celebre artista Munari: “Se volete sapere qualcosa di più sulla bellezza, che cos’è esattamente, consultate una storia dell’arte e vedrete che ogni epoca ha le sue veneri e che queste veneri, messe assieme e confrontate fuori dalle loro epoche, sono una famiglia di mostri. Non è bello quel che è bello, disse il rospo alla rospa, ma è bello quel che piace”.

Mentre tutto cambia, una sola certezza resta: la bellezza, declinata negli infiniti aspetti di ogni donna, è sempre stata e continuerà ad essere cruccio e arma di seduzione del sesso femminile.

 

 CANONI DI BELLEZZA FEMMINILE

 

Fin dall’antichità la bellezza femminile è stata valutata e misurata sulla base di un modello estetico di riferimento, riconosciuto dalla società in un determinato contesto storico, sociale ed economico.

Dal modello ideale vengono desunti i canoni estetici, cioè le caratteristiche tipiche della bellezza: più una donna si avvicina a quei parametri, più è considerata bella.

Ogni popolo, nel corso della storia, ha definito la bellezza secondo i canoni della propria cultura e ha sempre avuto la pretesa di fissare un criterio di bellezza riconosciuto a livello universale, ma questo inevitabilmente è sempre mutato nel volgere dei tempi.

L’ideale estetico è frutto di costruzioni socioculturali, in quanto è modellato e plasmato dalla società e dalla cultura del momento e, come tale, è soggetto a mutare in relazione al mutare delle mode, dei costumi e delle consuetudini.

Ogni epoca storica ha avuto il suo modello di bellezza ideale, documentato dalle fonti letterarie e iconografiche, che da sempre si sono ispirate alla figura femminile. Il modo di rappresentarla e il ruolo simbolico da essa svolto sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con il variare del gusto estetico e con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società.

Che il corpo femminile, realtà anatomica e biologica, sia anche un’entità culturalmente costruita e determinata dal gruppo sociale di appartenenza, è testimoniato dal fatto che ad esso sono stati associati nel tempo significati socioculturali diversissimi, ognuno corrispondente a determinati canoni estetici: dalla fecondità delle veneri preistoriche, dalle forme sovrabbondanti, alla castità delle madonne medioevali, dai corpi esili ed acerbi; dall’opulenza delle matrone romane alla sensualità delle donne barocche, dalle curve e forme procaci.

Un tempo in Europa, e ancora oggi in alcuni Paesi poveri, le forme femminili morbide e abbondanti erano sinonimo di ricchezza: solo le donne ricche potevano permettersi il lusso di non fare attività fisica, quindi di non lavorare, e di mangiare in abbondanza. Solo le donne del popolo e le contadine erano magre perché mangiavano poco e lavoravano molto.

Per lo stesso motivo, dai canoni di bellezza femminile erano banditi i muscoli, troppo mascolini e propri delle donne impegnate nei lavori manuali.

Oggi, al contrario, una donna è considerata bella se ha un corpo magro e scolpito dall’attività fisica.

Anche il candore della pelle è stato per secoli un parametro estetico importante: più le donne avevano la carnagione bianca più erano considerate belle; il pallore era un segno di distinzione sociale. L’abbronzatura, al contrario, era inammissibile: una pelle abbronzata era indice di prolungata esposizione ai lavori esterni, manuali e faticosi.

Oggi un corpo abbronzato in tutte le stagioni è l’ambizione della maggior parte delle donne.

 

LA METAMORFOSI DELLA BELLEZZA E DELL’IMMAGINE  FEMMINILE NELLA STORIA  

 

La prosperità delle veneri primitive

Fin dagli albori della civiltà la figura femminile, depositaria del principio della vita e della fecondità, è stata protagonista della storia umana.

Nelle epoche più remote i canoni della bellezza femminile erano improntati ad una decisa rotondità. Le più antiche testimonianze sono offerte dall’iconografia preistorica, in particolare dalle cosiddette Veneri Paleolitiche: sculture antropomorfe, scolpite in osso, pietra o avorio, che riproducono figure femminili dai corpi estremamente voluminosi.

Esse rappresentano l’ideale estetico degli uomini primitivi: il volto, le braccia e le gambe della donna sono appena abbozzati, mentre sono estremamente marcate le forme tipiche della femminilità, cioè il seno e soprattutto i fianchi e il ventre, a sottolineare la fertilità della donna e la sua importanza per la sopravvivenza della specie.

L’ideale della bellezza femminile era evidentemente legato alla fecondità: la donna era vista prima di tutto come procreatrice.

Tutte queste caratteristiche sono particolarmente evidenti nella Venere di Willendorf, una piccola statua calcarea risalente al Paleolitico Superiore (30.000 – 25.000 a.C.) e considerata una delle più antiche rappresentazioni femminili.

                                                 

L’ideale estetico della donna dalle forme piene e abbondanti, intimamente legato all’immagine della procreazione, si è perpetuato nel corso dei secoli ed è presente in tutte le antiche civiltà precedenti a quella ellenica.

 

La bellezza femminile nell’Antico Egitto  (3100 a.C.)

 

E’ con la civiltà egiziana che si comincia a scoprire la bellezza e l’armonia della figura femminile.

Sono celebri l’avvenenza e l’eleganza delle antiche egizie, testimoniata dalle splendide sculture, pitture, e dai capolavori di oreficeria che sono giunti fino a noi.

Le donne egizie hanno un vero e proprio culto della bellezza: danno molta importanza alla cura del proprio corpo e usano la cosmesi per valorizzarlo.

Il trucco, utilizzato per sottolineare gli occhi, le vene delle tempie e del seno, conferisce alla figura femminile sensualità, fascino, grazia, magnetismo e seduzione: tutte le caratteristiche della bellezza femminile nell’Antico Egitto.

I canoni estetici relativi alla struttura fisica non sono rigidi, tuttavia le rappresentazioni giunte fino a noi mostrano figure snelle e con membra minute, ma non emaciate, in cui le tipiche curve femminili sono ben disegnate: non a caso siamo ancora in una società nella quale il ruolo prevalente della donna è quello di procreatrice.

 

 La perfezione dell’Antica Grecia

E’ solo a partire dalla Grecia classica (V sec. a.C.) che si affermano veri e propri canoni estetici. Per il periodo precedente si può solo prendere atto, attraverso le fonti documentarie, di come tra i popoli più antichi le donne cercassero di rendere più gradevole il loro aspetto fisico.

All’idea di bellezza gli antichi Greci associano i concetti di grazia, misura e soprattutto proporzione: un corpo è bello quando esiste equilibrio, simmetria ed armonia tra tutte le sue parti e tra ciascuna di esse e la figura intera.

Visto che la maggior parte delle opere d’arte dell’Antica Grecia mirano a tradurre in forme concrete l’ideale di massima bellezza, è attraverso lo studio di tali opere che possiamo farci un’idea dei canoni di bellezza vigenti all’epoca. Sono soprattutto le statue raffiguranti Venere che ci permettono di conoscere gli standard estetici del tempo, infatti Venere è la dea dell’amore, e quando gli artisti raffigurano questa divinità si ispirano alle donne considerate più belle e affascinanti.

Il corpo femminile, visto attraverso l’arte greca, è un corpo di grande bellezza e armonia, le cui proporzioni ottimali ne fanno ancora oggi un ideale di perfezione.

Il fisico femminile più apprezzato è morbido e formoso, con fianchi larghi, seno e glutei non troppo pronunciati, ma rotondi e sodi.

Il corpo femminile perfetto viene studiato e immortalato dallo scultore Prassitele (attivo tra il 370 e il 330 a.C.) nella celebre statua dell’Afrodite di Cnido (360 a. C.), un’opera di straordinaria bellezza, purtroppo andata perduta e oggi nota solo attraverso copie di epoca romana. Il corpo sinuoso della dea presenta tutti gli attributi della femminilità.

Ma il perfetto ideale di bellezza femminile è la Venere di Milo (fine II sec. a. C.), un capolavoro di fama mondiale. La figura femminile presenta ancora forme morbide e curve pronunciate, che le conferiscono una grande sensualità. La bellezza del corpo della dea, riconosciuta anche ai giorni nostri, a distanza di oltre due millenni, dimostra come gli antichi Greci abbiano effettivamente elaborato i canoni di bellezza perfetti.

 

La donna nella Roma imperiale ( dal 29 a.C.)

 

Lo stereotipo della bellezza femminile nell’antica Roma è la matrona dal corpo giunonico, cioè abbondante (da Giunone, la principale dea romana).

La matrona dell’impero non solo è opulenta nelle forme, ma è anche carica di trucco e di gioielli, e vestita in modo ricco e sfarzoso, come opulenta, ricca e sfarzosa  è la Roma dell’età imperiale. La donna romana cura molto la propria persona: utilizza creme e cosmetici e, per migliorare il proprio aspetto, ricorre perfino all’infoltimento della capigliatura con l’applicazione di capelli indiani (scuri) o germanici ( biondi o rossi) e anche di colore diverso da quello naturale: primi esempi di toupet e meches.

Per i nobili romani, la moglie, dal corpo prosperoso, vistosamente truccata, ingioiellata e lussuosamente vestita, deve rappresentare la ricchezza e la generosità del marito.

 

 La madonna medioevale (V – XV sec. )

 

Nel Medioevo il processo di cristianizzazione porta ad un radicale cambiamento nel modo in cui viene percepita la figura femminile.

Il corpo della donna, su cui grava il peccato di Eva, è considerato fonte di perdizione e l’avvenenza fisica è ritenuta appannaggio del Male. L’unica bellezza è quella adolescenziale in quanto a venticinque anni la donna, appesantita dalle gravidanze, viene considerata “deserto d’amore”.

L’austera morale medioevale impone nuovi canoni estetici: il corpo della donna deve essere esile e acerbo per dimostrarne la castità e la purezza, con i fianchi stretti, il seno appena abbozzato, ma il ventre prominente, indice di un futuro fecondo come madre.

L’incarnato riluce del candore di un giglio o della neve, proprio a sottolineare la natura virginale della donna.

Nell’iconografia medioevale prevale la rappresentazione mistica e ieratica della figura femminile: la donna viene svuotata di ogni connotazione sensuale e ritratta esclusivamente nella sua sacralità, tanto che ad essere rappresentate sono soprattutto Madonne e sante, sempre legate al ruolo salvifico che esse svolgono.

Simone Martini, Annunciazione, 1333 (particolare)

 

La donna rinascimentale (seconda metà XV sec. – XV sec.)

 

Se la morale medioevale aveva insistito sull’oblio del corpo femminile, considerato soprattutto come fonte di peccato, durante il Rinascimento si afferma un particolare interesse per la bellezza esteriore, che diviene oggetto di riflessioni, di teorie e trattati.

 E’ il Rinascimento a rivelare per primo la bellezza del corpo femminile, la cui avvenenza non viene più considerata una vanità che allontana l’uomo dalla salvezza eterna.

In questo periodo si verifica una vera e propria rivoluzione estetica, che interessa soprattutto le donne.

I canoni della bellezza femminile cambiano radicalmente: dallo stereotipo medioevale della donna acqua e sapone, dal fisico adolescenziale, sottile, con i fianchi stretti e il seno piccolo, si ritorna al modello di bellezza delle veneri greche, dalle forme  rotondeggianti,  fianchi larghi, ventre pronunciato, seno abbondante e incarnato pallido, così come è raffigurato nel dipinto di Tiziano “Venere allo specchio” (1555).

E’ sintomatico che al nuovo ideale cinquecentesco, che propone una donna ben in carne e formosa, corrisponda anche, nei ceti sociali più elevati, la diffusione di nuove abitudini alimentari, ricche di grassi e di zuccheri, come si deduce dai libri di cucina del tempo.

Numerosi sono in questo periodo i testi che delineano l’ideale della bellezza femminile, con una dettagliata analisi di ogni particolare del corpo della donna e con la descrizione dei lineamenti e delle fattezze più apprezzate.

Da quanto risulta da tali manuali, la donna ideale deve essere piena, con fianchi larghi, seno prosperoso e bianchissimo, collo e mani lunghe e sottili, piedi piccoli e vita flessuosa; il viso  deve essere candido e tondo, il naso diritto, la bocca piccola, la fronte altissima e la gola bianca e liscia; la pelle deve essere rigorosamente bianca, i capelli lunghi e  biondi, le labbra e le guance rosse, le sopracciglia scure e gli occhi preferibilmente neri.

Il corpo della donna, dunque, deve possedere tre attributi di colore bianco, tre rossi e tre neri: la bellezza sta nell’armonia delle parti.

Le fonti iconografiche del tempo confermano quanto detto: Tiziano e gli altri pittori rinascimentali rappresentano la bellezza “piena” della donna adulta, intensa e sensuale. Le loro figure femminili sono, secondo i canoni estetici del tempo, floride e calde, dagli occhi scuri e dall’incarnato pallido. Sono tutte donne statuarie e coscienti della loro magnificenza.

Botticelli, Nascita di Venere (1482-1485)

Giorgione, Venere dormiente (1507-1510)

Raffaello, La Velata (1516)

Tiziano, La Venere di Urbino (1538)

Il dipinto che meglio traduce l’ideale rinascimentale della bellezza femminile è “Venere e Marte” (1482) di Botticelli.: Venere, la dea dell’amore, si trova di fronte al sua amante Marte, dio della guerra, che si è addormentato presumibilmente dopo aver fatto l’amore con lei.

La donna che Botticelli ha dipinto non si basa su un modello, ma è la personificazione della bellezza come lui la percepisce.. Questa figura idealizzata rispecchia tutti i canoni estetici della bellezza femminile nel Rinascimento: la fronte alta, il mento ben definito, la pelle pallida, i capelli biondi, le sopracciglia alte e delicate, il naso forte, la bocca stretta e le labbra carnose. Il corpo presenta forme pronunciate: ampio seno, addome arrotondato e fianchi larghi.

 

 La Venere barocca (XVII sec.)

 

L’armoniosa ed elegante bellezza della donna rinascimentale si enfatizza sempre di più sino a sfociare nelle esagerazioni del Barocco.

A partire dalla fine del XVI secolo si assiste ad un mutamento nei canoni estetici femminili: la donna si trasforma in una Venere procace, dalle forme abbondanti e una punta di malizia ed erotismo nello sguardo.

Viso, collo, seno e mani devono essere di colore bianco, colore associato alla purezza, che distingue nettamente i cittadini dai disprezzati abitanti della campagna, che per il loro lavoro sono esposti al sole durante tutto il giorno.

 Oltre all’incarnato candido, la donna barocca deve avere i capelli folti, meglio se “longi fino ai piedi”, e assolutamente biondi, di un biondo caldo tendente al bruno; altri attributi di bellezza sono la pelle chiara e luminosa, gli occhi scuri, grandi ed espressivi, la bocca piccola ma carnosa, il mento tondo con la fossetta, il collo tornito e piuttosto lungo, le mani bianche, morbide e affusolate, le spalle larghe, le cosce piene e la vita sottilissima, il seno prosperoso, le gambe lunghe e i piedi piccoli. La bellezza barocca è una bellezza matura, sensuale e maliziosa, la cui femminilità non è finalizzata al ruolo di moglie e di madre, ma a quello di dama, corteggiata e civettuola.

Le fonti iconografiche confermano tali canoni estetici: i dipinti “Danae” (1612) di Artemisia Gentileschi, “Le Tre Grazie” (1624) di Rubens e la “Danae” (1636) di Rembrandt si possono considerare altrettanti manifesti dell’ideale di bellezza dell’epoca: i corpi, dalle marcate rotondità,  sono pieni e sensuali, la pelle è morbida, candida e levigata ed i capelli di un biondo dorato.

Artemisia Gentileschi, Danae (1612)

Rubens, Le Tre Grazie (1624)

Rembrandt, Danae (1636)

 

 La dama del Settecento

                                    

 

A dettare i canoni estetici del Settecento sono le corti, soprattutto quella di Francia.

I ritratti della regina Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena ben esemplificano lo stereotipo femminile dell’epoca: incarnato ancora rigorosamente bianco, volto coperto da uno spesso strato di biacca, guance e bocca rosse, sopracciglia marcate e ben disegnate, fronte alta e spaziosa, acconciatura molto elaborata.

Ma l’attributo femminile per eccellenza, simbolo di seduzione e femminilità, è il vitino da vespa, che non deve superare i 40 centimetri. Secondo i canoni del tempo, una bella donna deve avere una circonferenza vita che un uomo può circondare con due mani. Ecco, allora, che vengono in aiuto busti e corsetti, veri e propri strumenti di tortura usati per mantenere eretta la colonna vertebrale e conferire al busto la classica forma a 8, che esalta seno e fianchi.

Se le scollature sono ampie per evidenziare il seno prosperoso, spinto in alto dal corsetto, la  parte inferiore del corpo è rigorosamente nascosta da gonne molto larghe, sorrette da ampie intelaiature con cerchi rigidi concentrici che, nella parte più bassa, possono arrivare ad una circonferenza di 5-6 metri. 

Per aumentare la loro sensualità, le donne del ‘700 giocano con finti nei, considerati imprescindibili attributi di bellezza e fascino.

Le acconciature sono molto elaborate e vistose, con aggiunta di veli, fiori, fiocchi e perfino gabbie di uccelli; le pettinature sono sempre alte e i capelli sono spesso rialzati mediante un’armatura di fili metallici.

 La musa romantica

 

L’Ottocento è l’opposto del Settecento: è l’epoca in cui le donne sono apprezzate per la loro dolcezza, gentilezza e discrezione, anche per ciò che riguarda l’aspetto esteriore. 

Se nel Barocco la parola d’ordine era magnificenza, nell’epoca romantica si ha un ritorno alla naturalezza.

Nella prima metà del secolo, tra gli artisti e alcune nobildonne, si afferma l’ideale di bellezza proposto dal romanzo gotico, che esalta le sofferenze interiori, gli slanci della passione e le lacrime. Trionfa la bellezza diafana, incarnata dalla musa romantica, pallida, sottile, con occhi grandi e febbricitanti, espressione sofferta e labbra rosse che contrastano con il biancore del volto.

 A tale ideale estetico  rimandano i dipinti di Hayez “Pensiero malinconico” (1842) e “La Meditazione”(1851) .

Pensiero malinconico (1842)

La Meditazione (1851)

Ma l’Ottocento è anche il secolo della definitiva affermazione della borghesia, che segna la nascita di nuovi modelli di vita e nuovi costumi; parallelamente si afferma un nuovo ideale di bellezza femminile, che coesiste con quello della musa romantica.

Il prototipo della ricca signora borghese ha forme morbide, spalle rotonde e piene, schiena pesante, mani piccole e paffute, volto tranquillo e sorridente: senza nulla di mascolino, è il ritratto della femminilità e della salute. La sua bellezza risiede soprattutto nelle marcate rotondità, simbolo di benessere sociale e di maternità riuscita.

La sensualità è rigorosamente controllata: gli abiti sono lunghi e strati di biancheria nascondono il corpo. Il busto è una corazza  che deve assicurare il vitino di vespa, anche a prezzo di dolori e svenimenti.

Il trucco del viso viene abolito perché associato a prostitute ed attrici; la pelle, che per essere giovane e sana deve essere rigorosamente bianca, viene protetta dagli effetti nefasti del sole con velette e ombrellini.

 La signora borghese, positiva, pratica ed efficiente, è il perno della famiglia; la sua bellezza è un dovere, un riconoscimento del successo economico del marito.

Le figure femminili ritratte dai pittori impressionisti ben incarnano l’ideale della ricca signora borghese. Ne sono esempi i dipinti di Renoir “ Lisa con l’ombrellino” (1864) e “La signora Monet con il figlio in giardino” (1874).

Renoir, Lisa con l’ombrellino (1864)

Renoir, La signora Monet con il figlio in giardino (1874)

 

 IL NOVECENTO

 

Il Novecento è contrassegnato da avvenimenti di straordinaria portata storica: è il secolo dei due grandi conflitti mondiali, ma anche dell’emancipazione femminile, dell’ingresso della donna nel mondo del lavoro, delle grandi battaglie femministe.

Tutti questi rivolgimenti di carattere politico, economico e sociale hanno profonde ripercussioni sull’universo femminile: cambia la condizione della donna e il suo ruolo all’interno della società, e conseguentemente cambia il suo modo di percepire, esibire, nascondere il proprio corpo.

Con l’avvento del nuovo secolo cadono molti tabù e molti dei pudori che fino a quel momento avevano nascosto il corpo femminile, che si libera di tutte le costrizioni da cui era sempre stato intrappolato e inizia a scoprirsi. E’ l’era del trionfo del corpo.

Nel corso del Novecento le arti figurative e plastiche, fino a quel momento principali depositarie della bellezza femminile, lasciano il posto prima al cinema e poi alla televisione nel dettare i canoni estetici più seguiti.

E’ questo il secolo che ha visto i maggiori e più repentini cambiamenti in fatto di canoni di bellezza: è stato osservato che più o meno ogni 10-15 anni si è verificata una rivoluzione estetica, che ha portato all’affermazione di nuovi modelli di bellezza femminile, nuove mode e nuovi stili di vita.

E’ interessante, dunque, soffermarsi su ciascuna delle tappe che hanno segnato l’evolversi dei canoni estetici, a partire dalla fine dell’Ottocento.

 

 La donna nella Belle Epoque (fine ‘800 – I Guerra Mondiale)

 

Gli anni della Belle Epoque coincidono con la nascita del cinema, della radio e dell’automobile: è un’epoca di grande benessere, vissuta all’insegna della spensieratezza e dell’ottimismo, nonostante il mondo si stia preparando al grande conflitto.

Il teatro, il cinema e la fotografia assumono un peso sempre maggiore sulla moda, oltre che su tutto il panorama culturale, poiché diffondono nuovi stili di vita, nuovi modelli estetici e di comportamento, status symbol, tendenze, che si propagano velocemente e in seguito diverranno sempre più popolari.

La donna della Belle Epoque ha una linea sinuosa e slanciata dalla tipica forma ad “S”: vita minuscola, seno spinto innaturalmente in avanti grazie ad un nuovo modello di busto che appiattisce il ventre, evidenzia i fianchi, ingrandisce la schiena e spinge indietro il bacino, arcuando il corpo posteriormente e conferendo alla donna un profilo rigido e sinuoso.

Tolouse-Lautrec, Ballo al Moulin Rouge (1890)

Ad accentuare la figura ad “S” contribuiscono gli abiti, che fasciano i fianchi, aderiscono in vita e si allargano in fondo, mentre i corpini, arricchiti da audaci e profonde scollature, si gonfiano sul decolletè, rendendo omaggio alla femminilità della donna.

Alla diffusione della nuova estetica femminile concorre in misura notevole la pubblicità, con i primi manifesti e le prime immagini commerciali. Esempi famosi sono le ballerine, le cocottes e le signore immortalate nei manifesti di Toulouse Lautrec e di Leonetto Cappiello, icone di un’estetica femminile tipicamente Belle Epoque.

                                     

Verso la fine dell’Ottocento, nel clima culturale del Decadentismo, nasce il mito della femme fatale, affascinante, altera e sensuale. I canoni estetici della donna fatale non sono rigidi: di solito ha occhi e capelli nerissimi, corpo sinuoso, labbra carnose, sguardo magnetico; le sue caratteristiche primarie e distintive sono la straordinaria bellezza, vistosa e aggressiva, ed il grande potere seduttivo. La femme fatale è la grande seduttrice, perversa, crudele e spregiudicata, la personificazione stessa della sessualità, l’emblema dell’amore carnale, della passione e dell’istinto.

 Per indicare questa figura di donna dal fascino ammaliatore, spregiudicata e predatrice, il cinema americano conia il termine “vamp”. Il primo stereotipo di femme fatale è l’ attrice hollywoodiana del cinema muto Theda Bara.

La femme fatale è la protagonista dell’iconografia dell’età del Decadentismo.

Il pittore austriaco Klimt rende omaggio a questa figura di donna, sensuale e distruttiva, nei suoi capolavori “Giuditta I” (1901) e “Giuditta II” (1909): entrambe donne fatali, dotate di una grande carica erotica, e connotate dal volto enigmatico, lo sguardo inquietante, la pelle bianchissima e la capigliatura lunga e corvina.

                                 

 

La donna negli anni della Grande Guerra

 

Il fervore ottimistico di inizio secolo viene rapidamente spazzato via dallo scoppio della I Guerra Mondiale, che porta distruzione e morte in gran parte dell’Europa e segna il temporaneo declino dell’ideale estetico improntato all’estrema femminilità ed eleganza  affermatosi ai primi del Novecento. 

Completamente abbandonata la cura del corpo, la donna non si preoccupa dell’aspetto esteriore e tende ad assumere  caratteri androgini.

 

La garçonne degli anni Venti

 

Dopo il periodo di privazioni della guerra, gli anni Venti si aprono come una nuova epoca di benessere e ottimismo. La società è pervasa da un nuovo senso di libertà e speranza che porterà a chiamare questo decennio gli “Anni ruggenti”.

L’ideale di bellezza femminile cambia radicalmente: cade il mito della donna fatale e si afferma la garçonne, cosiddetta dalla foggia dei capelli, che, per la prima volta nella storia, vengono tagliati corti, alla maschietta.

                         

Ora la donna, come un’eterna adolescente, deve avere seno e vita inesistenti e fianchi stretti. Lo stereotipo della bellezza femminile ha una silhouette tabulare e forme stilizzate, tendenti alla bidimensionalità e all’essenzialità: corpo asciutto, magro, con caratteri androgini, asessuato. La donna ora conduce una vita più dinamica e comincia a praticare sport, sia per il benessere fisico che per migliorare l’aspetto. Se fino a questo momento nei canoni di bellezza femminile erano banditi i muscoli, indice di mascolinità o di lavoro manuale, e le forme dovevano essere morbide e rotonde, adesso anche nelle donne si comincia ad apprezzare il fisico atletico.

Le nuove icone di bellezza, senza curve, magre e mascoline, simboleggiano l’aspirazione all’uguaglianza e parità tra i sessi. 

Alla fine degli anni Venti si scopre il piacere di una pelle femminile abbronzata, non più espressione di appartenenza ad una classe sociale inferiore, ma segno di salute e benessere fisico: Coco Chanel istiga le donne ad abbandonare l’ombrellino che proteggeva la pelle dai raggi solari, ad eliminare i guanti e ad accorciare le gonne.

A dettare i canoni della bellezza non sono più i pittori e gli scultori, ma le nascenti dive del cinema muto. L’icona degli anni Venti è sicuramente la leggendaria attrice Louise Brook: bellissima, di una bellezza ancora attuale, slanciata e longilinea, il prototipo perfetto della ragazza flapper, che si contraddistingue per l’indipendenza, l’anticonformismo, la capricciosa volubilità, e nell’aspetto fisico per una figura snella e quasi da ragazzo, sottolineata dal taglio corto dei capelli. La flapper è una donna scanzonata, trasgressiva, che ama le sigarette, il jazz, Coco Chanel e ha forme praticamente maschili, senza seno, senza fianchi, scattante, nervosa.

La donna raffinata ed elegante degli anni Trenta

 

In una società duramente provata dalle ripercussioni della crisi della Borsa americana del 1929, la “maschietta” degli anni Venti, con i capelli corti e gli abiti prèt -à- porter  prodotti in taglia unica, viene considerata superata; torna l’ideale della donna sensuale, femminile ed elegante. Le donne sentono l’esigenza di rimettere in evidenza le loro forme.

 Torna in auge la donna procace, mediterranea, “femmina”, incarnata dalle grandi dive di Hollywood, dalla sexy bombshell Jean Harlow alla “divina” Greta Garbo.

                                     

 Altra icona dell’epoca è Marlene Dietrich, che incarna il ruolo della femme fatale,  bellissima e sensuale, nonostante vesta spesso da uomo e non rinunci alla sigaretta in bocca.

Negli anni Trenta è di moda un incarnato bianco pallido; il viso è ad effetto “scavato”e gli zigomi ben evidenziati; la bocca, sempre rossa, è disegnata ad “uccello”: labbra superiori più grandi, arrotondate e quelle inferiori più piccole.

I capelli sono rigorosamente tinti, prevalentemente biondo platino.

 

 La donna nel periodo fascista

 

Il regime fascista dedica al corpo della donna un’attenzione precisa e sistematica, tanto che si può parlare di una vera e propria politica del corpo.

  La preoccupazione di Mussolini è quella di assicurare all’Italia una nuova stirpe, robusta, sana e forte. Questo spinge il duce a promuovere un programma salutistico-igienico rivolto prevalentemente alle donne, in quanto possibili madri e quindi prime responsabili del miglioramento della razza.

Il regime impone l’omologazione del modello femminile: la donna italiana deve avere forme prosperose e fianchi ampi, ed essere forte e robusta; solo così sarà una vera madre e una buona moglie, in grado cioè di occuparsi della casa e della famiglia.

La campagna contro la donna magra, pallida e sterile si apre ufficialmente nel 1931 quando il capo dell’Ufficio stampa di Mussolini ordina ai giornali di eliminare tutte le immagini che mostrano figure femminili snelle e dal piglio mascolino.

La magrezza femminile diventa un punto centrale nel dibattito sulla bellezza, tanto che Mussolini chiede ai medici di intervenire a difesa del “grasso”, contro la moda della magrezza.

La propaganda fascista continua ad associare salute e prolificità con le donne bene in carne, senza rendersi conto che la realtà femminile sta cambiando.

 

 La donna degli anni Quaranta

 

Gli anni Quaranta sono un periodo di crisi e di grandi ristrettezze: si esce dalla Grande Depressione e si entra nella Seconda Guerra Mondiale, quindi il clima è di estrema austerità, anche in campo estetico.

Lo stereotipo femminile è quello della donna più in carne, evidente reazione alla cronica carenza di cibo che caratterizza questo periodo.

 Durante la guerra iniziano a comparire su molte riviste degli Stati Uniti le prime pin-up, ragazze solitamente procaci ed ammiccanti. E’ proprio durante gli anni Quaranta che la donna raggiunge il top della femminilità e della sensualità.

                               

L’icona di questi anni è Rita Hayworth: soprannominata “l’atomica” per le sue curve procaci, l’attrice dai fulvi capelli lunghi e ondulati, seducente e sensuale, fa impazzire milioni di uomini.

 

 La maggiorata degli anni Cinquanta

 

Dalla fine della guerra si ritorna, abbastanza prevedibilmente, alla procacità e alla sensualità esplicite, evidente indizio della voglia di tornare al benessere.

 La donna ideale ha fianchi tondi, seno esplosivo, gambe ben tornite: una donna in carne, che non si preoccupa delle diete o della cellulite e che rappresenta la speranza dopo la fame della guerra. E’ l’epoca delle “maggiorate”, il cui corpo è metafora del sogno di opulenza che vive l’Euopa e che si tradurrà nel boom economico.

 Le misure seno-vita-fianchi 90-60-90 rappresentano la formula della bellezza degli anni Cinquanta: gambe lunghe, bellissimi fianchi e vita sottilissima sono il modello a cui ambisce ogni ragazza. A partire dal secondo dopoguerra è il cinema, soprattutto quello americano, a proporre i nuovi canoni estetici: le vamp biondo platino, tutte superdotate, sono le ispiratrici della  moda, del look, dello stile di vita di donne di ogni ceto sociale.

Sicuramente le icone della femminilità e della sensualità degli anni Cinquanta sono Brigitte Bardot e Marilyn Monroe, con le loro curve procaci e la loro celebre forma “a clessidra”.

 

 La donna grissino degli anni Sessanta e Settanta

 

Negli anni Sessanta avviene il più importante rinnovamento generazionale del Novecento: è il periodo della dolce vita, delle rivolte sociali, della contestazione giovanile e del femminismo. In questi anni si verifica un’altra grande rivoluzione estetica, che interesserà tutti gli anni Settanta: si afferma un nuovo modello femminile in totale controtendenza rispetto a quello del periodo precedente, ormai sentito come obsoleto e costrittivo.

Si diffonde la cultura dello sport e il fisico femminile da morbido e burroso diventa tonico e scattante. La donna moderna ora è giovane, un’eterna adolescente, allegra, spensierata, che non vuole più curarsi di apparire perfetta in società, ma che vuole stare al passo con i tempi, con le nuove forme artistiche; una ragazza agile e filiforme, di nuovo come la flapper degli anni Venti.

Negli anni Sessanta le figure si assottigliano, le gambe si scoprono, i capelli si tingono di biondo svedese e gli occhi si ingrandiscono con ciglia finte e pesanti passate di eyeliner.

L’estremizzazione della bellezza femminile verso canoni filiformi avviene con il successo della modella inglese Twiggy, magra ai limiti dell’anoressia. Con lei nasce la donna grissino.

A partire dagli anni Sessanta si affermano grandi novità nel costume e nella moda: i blue jeans trovano la prima grande diffusione tra i giovani e si afferma la minigonna, creazione della geniale  stilista Mary Quant.

Altra icona dell’epoca è Audrey Hepburn, la diva bon ton per eccellenza, che, con la sua eleganza sobria e raffinata e il suo fisico longilineo e filiforme, incarna tutti i codici estetici e stilistici degli anni Sessanta e li interpreta sempre con un tocco personalissimo.

 

 La donna negli ultimi decenni del Novecento

 

Gli anni Ottanta vedono un rinnovato amore per le forme: ritornano le canoniche misure  90-60-90 e si ha un nuovo boom di seni esuberanti e di curve procaci, ancora una volta abbinati al vitino sottile. Tutte le icone cinematografiche e televisive assomigliano alla statuaria Barbie: seno prosperoso, gambe slanciate, vitino di vespa, ventre piatto e sguardo ammaliante. Simbolo incontrastato di questo revival delle forme rotondeggianti è Cindy Crawford, la modella che ha sfilato  per i più importanti stilisti del mondo.

Dopo la parentesi degli anni Ottanta, che hanno rivalutato la donna formosa, a partire dagli inizi degli anni Novanta il modello della pin up viene di nuovo archiviato e si afferma un nuovo trend, destinato in breve tempo ad offuscare le bellezze dell’epoca e che rimarrà in auge fino al primo decennio del XXI secolo.

Nel 1990 viene offerto a Kate Moss il primo incarico come modella: assistiamo ancora una volta  al “lato magro” dell’altalena del fisico femminile nella storia.

Pallida, con gli occhi cerchiati, Kate Moss inaugura la bellezza minimale degli anni Novanta, un indiscusso canone estetico ancora oggi in auge.

Si afferma la magrezza femminile come ideale sia estetico che morale poiché al corpo esile e scattante vengono attribuiti valori quali ambizione, organizzazione, potere, autoaffermazione sociale.

 

LA DONNA NEL TERZO MILLENNIO

 

E’ a partire dal terzo millennio che la bellezza diventa sinonimo di magrezza e le donne aspirano ad essere sempre più leggere e androgine.

Il cambiamento dello stereotipo femminile arriva insieme al nuovo ruolo della donna che, da madre e moglie, si lancia nella carriera, iniziando a competere con l’uomo sul lavoro, nella ricerca del potere e del successo.

Ciò che più caratterizza la nostra era è l’attenzione quasi morbosa al corpo: è il corpo al centro dell’interesse e non la persona; non conta tanto essere quanto apparire, all’essenza viene sostituita l’apparenza, alla spontaneità il controllo.

L’ “essere in forma” è oggi un imperativo categorico, poiché un fisico longilineo, liscio e levigato non dà solo l’idea del bello ma anche dell’essere sano.

Oggi, come nel passato, l’immagine della bellezza continua ad essere condizionata dal contesto sociale. E poiché oggi il nostro stile di vita richiede efficienza, dinamismo, produttività e iperattività, la corporeità femminile deve rispondere ai canoni di snellezza, altezza, fino a sfociare nella magrezza eccessiva.  E così la donna, anziché coltivare e valorizzare la propria unicità, sempre più tende ad aderire passivamente a standard globalizzati, incentrati sull’omologazione dell’aspetto fisico, senza rendersi conto di  essere vittima della sindrome di identificazione con la collettività, ovvero di una forma di mimetismo estetico, omologato e socialmente compatibile.

 

 Il bombardamento mediatico

 

Nell’attuale società globalizzata, il successo è strettamente collegato all’immagine, un’immagine ben determinata dai modelli proposti continuamente dai mass media, intimamente radicati nell’immaginario collettivo e adottati come standard sociali.

La comunicazione di massa si è da tempo impadronita dei temi riguardanti immagine corporea e bellezza, contribuendo a creare e diffondere i ben noti stereotipi.

I messaggi sono indiretti, ma fin troppo chiari: “Se sei magra, puoi essere felice, popolare, avere successo in tutti i campi, dall’amore al lavoro”. L’ideale della magrezza, dunque,  non assume solo un significato estetico, ma è associato a valori più profondi, all’apprezzamento e all’accettazione sociale.

La formula “non si è mai abbastanza ricchi o abbastanza magri” è una vera e propria epidemia che minaccia il benessere mentale di molte persone.

La principale regola, dunque, è che essere belle significa essere magre, esili, slanciate.

Il bombardamento mediatico, indirizzato soprattutto alle donne, non fa che proporre corpi

seducenti, plastici e perfetti. L’immagine della donna che i mass media diffondono non è il ritratto di una condizione reale, ma la rappresentazione simbolica di un modello che segue ideali e aspirazioni collettive, ma che risulta impossibile da raggiungere.

Sono dunque i modelli fuorvianti proposti dai media che hanno portato alla ricerca ossessiva della “forma perfetta”. Ma la responsabilità deve essere attribuita alla società nel suo insieme, una società massificata che tende ad azzerare l’unicità dell’essere, la sua individualità e la bellezza della diversità.

 

Lo stereotipo della modella

 

Oggi è soprattutto il sistema di consumo della moda che costruisce, attraverso le modelle, gli stereotipi della bellezza femminile.

Le top-model sono le nuove dive che, come le grandi attrici della vecchia Hollywood, pur lontane dal pubblico, irraggiungibili, sono da tutti conosciute, ammirate e imitate.

Dal 2000 in poi la moda ha diffuso un modello di donna sempre più esile e sottile, probabilmente in relazione alla necessità di far risaltare il vestito rispetto alla modella: dopo le super top-model degli anni Ottanta, le modelle sono diventate sempre più magre e, tranne poche eccezioni, sempre più anonime: vere e proprie “grucce”, adatte ad indossare

qualsiasi vestito.

Altissime, sottilissime, elegantissime, le modelle incarnano l’ideale estetico della maggior  parte delle ragazze di oggi: è questo il modello che le riviste patinate femminili forniscono come simbolo della donna di successo, della donna che ha vinto nella vita.

Si tratta di un input culturale molto forte che poi si somma ai numerosi altri da cui siamo giornalmente bersagliati e che vanno tutti nella stessa direzione : quel che conta nella vita è essere perfette, bellissime, vincenti.

Oggi nelle riviste di moda vengono mostrate solo immagini stereotipate di corpi femminili magri e tonici, che rispecchiano i canoni di bellezza corrente. Le immagini vengono spesso modificate con il fotoritocco per renderle più belle e conformi all’ ideale di perfezione odierno.

Che gli stilisti siano responsabili dell’innegabile involuzione del modello di bellezza femminile è un dato inconfutabile: è indubbio che loro, i “maestri del gusto”, insieme alle nuove fogge, stoffe, colori, propongano, con troppa noncuranza e talvolta irresponsabilità, un’idea di donna in cui bellezza è sinonimo di magrezza estrema e perfezione aritmetica delle misure del corpo femminile.

Del resto già quaranta anni fa l’indimenticabile Brigitte Bardot rivolgeva alle donne un monito sferzante: “Donne, diffidate degli stilisti: detestano il corpo femminile e vogliono costringerlo a somigliare a quello dei giovani maschi da loro prediletti”.

 E da quella sopraffazione è nato un modello di pseudo bellezza che ha inferiorizzato la donna, gettandola in una guerra perpetua e perpetuamente perduta con il suo stesso corpo.

 

 La bellezza-magrezza a tutti i costi

 

L’attuale società occidentale, sempre più fondata sul mondo dell’apparenza e dell’esteriorità, espone insistentemente la popolazione ad un ideale estetico di magrezza e all’illusione che esso sia raggiungibile con un minimo sforzo.

La magrezza, esibita, fotografata e photoshoppata, è diventata un imperativo etico. La globalizzazione promuove il modello idealizzato occidentale della donna magra come obiettivo a cui uniformarsi. Essere magre, toniche ed in forma rappresenta l’ambizione di tutte le donne, giovani e meno giovani: tutte aspirano ad un corpo perfetto, in linea con la moda e la tendenza.

L’ideale di bellezza standardizzato e irrealistico, che esalta la perfezione e demonizza il grasso, costringe le donne ad un continuo automonitoraggio del proprio fisico e a pratiche per modellarlo.

La cosiddetta “dismorfofobia”, cioè l’errata valutazione della propria immagine e l’incapacità di valutare in modo oggettivo la propria fisicità, spinge le donne a ricercare soluzioni drastiche a problemi spesso inesistenti ma reali per il loro modo di pensare e percepire se stesse ed il proprio corpo.

                         

 La dieta sembra essere così la soluzione ad ogni problema, promessa di felicità e successo, che però si rivela presto poco efficace perché i livelli di peso desiderati sono irrealistici, ma soprattutto perché i veri problemi sono altri dal peso.

I modelli estetici femminili, attualmente ritenuti ideali, sono noti anche alle bambine e vengono da queste considerati un normale stereotipo da seguire, conforme al proprio tempo e alla propria società. Fin da piccole  vengono loro proposte immagini femminili con proporzioni non realistiche, presentate come ideali di bellezza. A cominciare dalle bambole più famose e diffuse, come le Winks o la celebre Barbie.

                              

La fascia più colpita dall’ormai dilagante ossessione della magrezza è quella delle giovanissime, bombardate continuamente dalle immagini della “bellezza a tutti i costi” che la società contemporanea propone in modo ossessivo.

Il vedersi sempre sfilare sotto gli occhi veline, show girls, attrici dal fisico perfetto può produrre profonde reazioni nell’animo di una ragazzina in fase di maturazione, spesso alle prese con insicurezze, dubbi, primi turbamenti amorosi. Potrebbe provare un desolante senso di inferiorità e pensare di non essere all’altezza e di non poterlo essere mai.

Se un’adolescente è già fragile ed insicura, la sua insicurezza crescerà di fronte a standard di bellezza e di benessere così alti, e pur di sentirsi altrettanto bella, desiderabile, apprezzata, inizierà a sottoporsi a diete sempre più ferree, fino a non mangiare per trasformare il proprio corpo in quel modello ideale ed ottenere così ciò di cui ha un estremo bisogno: riconoscimento, apprezzamento, attenzione, affetto, amore.

L’insoddisfazione per il proprio corpo e la mania della dieta sono cresciute negli ultimi anni con una rapidità impressionante. Le ragazze sono sicuramente le più colpite, ma in realtà quasi nessuna donna riesce a sottrarsi alla dittatura del “più magra più felice”.

 Il nuovo fenomeno del “dieting”, cioè la tendenza a stare sempre a dieta, porta a vivere un rapporto malato e conflittuale con il cibo e con il proprio corpo: si tratta di una vera e propria droga da cui non si riesce ad uscire. L’ossessione spinge a ricercare risposte facili e veloci per poter raggiungere l’obiettivo, senza considerare le conseguenze devastanti di cattive abitudini quotidiane nel medio e lungo periodo.

                                   

Il mito della bellezza-magrezza, frutto della sovrapposizione tra modelli della società reale e modelli costruiti appositamente per il mondo dello spettacolo, non solo causa gravi danni a livello fisico e psicologico , ma non dà la felicità perché essere felici significa  stare bene con ciò che si è.

 

 La bellezza costruita

 

“Un tempo avevamo l’elisir di giovinezza, oggi la chirurgia plastica. Come dire che l’uomo è sempre all’inseguimento di sogni regolarmente fallimentari”. ( Paolo Manetti)

 

La dipendenza dallo specchio è diventata ormai per molte giovani donne una sofferenza con cui fare i conti giornalmente. Nella società odierna, in cui l’apparire è sempre più importante e le immagini hanno più potere delle parole, la bellezza è un imperativo, una lotta quotidiana di enormi proporzioni tra l’essere e l’apparire, tra corpi reali e corpi idealizzati. E’ essenziale essere belle, belle come le dive del piccolo schermo, come le modelle, perfette e sempre più irraggiungibili. Emulare quei corpi e quei visi bellissimi diviene l’obiettivo di molte donne, soprattutto adolescenti.

Siamo immersi in una ricerca di bellezza che produce insoddisfazione e odio per la propria immagine, che diviene teatro di mille ossessioni: si vorrebbe essere diversi da come si è, non ci si sente mai abbastanza magri o abbastanza perfetti, si vive con la convinzione che essere come si è non vada bene e che si debba correggere ciò che non corrisponde ai modelli indicati dalla società.

L’unica soluzione è affidarsi alle “sapienti” mani dei chirurghi estetici, in grado di esaudire ogni desiderio di bellezza. Ormai il ricorso al bisturi, la moderna bacchetta magica, è il modo prescelto dalle donne per realizzare il sogno di avere il corpo di una modella o della diva del momento. Ogni parte del corpo è modificabile e spesso si desidera intervenire chirurgicamente su di esso con la speranza di migliorare la propria vita, dato che nella società odierna la bellezza è spesso associata alla realizzazione sociale ed affettiva. Un ritocco tira l’altro. Si entra in un circolo vizioso nel quale non ci si vede mai abbastanza belli, mai abbastanza perfetti.

Gli interventi realizzabili sono moltissimi, pronti ad assecondare i più svariati desideri di “perfezione” per viso e corpo, mentre la tossina botulinica e le iniezioni di acido ialuronico diventano gli alleati di bellezza per sconfiggere i segni del tempo. Di recente è sbarcata in Italia, direttamente dagli Stati Uniti, l’ultima frontiera della chirurgia estetica, ovvero il trapianto di ciglia.

Ma ciò che fa più riflettere è l’evoluzione della paziente tipo: non sono più solo signore mature che si rivolgono al chirurgo per rimediare ai segni del tempo, ma sempre più spesso sono donne giovani e ancora piacenti che aspirano ad essere ancora più belle, e perfino  minorenni.

Molte ragazze iniziano a mettere i soldi da parte o a fare lavoretti per guadagnare e potersi permettere già a 18 anni qualche ritocco. Tra le giovanissime dilaga la moda di farsi regalare per il diciottesimo compleanno o per la maturità un seno nuovo, più voluminoso, nella convinzione che forme più prosperose garantiranno loro maggiori probabilità di successo nella vita, nella professione e nell’amore.

                

Poiché gli interventi al seno in età molto giovane sono pericolosi, lo scorso maggio in Italia è stato approvato un disegno di legge che vieta tali interventi per le donne al di sotto dei diciotto anni. Nel nostro Paese, dunque, si è resa necessaria una legge per porre un freno al crescente fenomeno delle diciottenni che chiedono ed ottengono di sottoporsi a chirurgia estetica del seno.

E poi ci sono i casi limite di quelle donne che si sottopongono a decine di interventi di chirurgia estetica per cambiare radicalmente la propria immagine.

Un esempio è Valeria Lukyanova, la modella ucraina di ventuno anni che sembra abbia speso ben 800 mila dollari in chirurgia estetica per trasformarsi in una Barbie in carne, ossa e silicone. Capelli biondi e lunghissimi, incarnato perfetto, zigomi alti, occhi di colore blu intenso, labbra carnose, seno abbondante, vitino di vespa, fianchi stretti e gambe magrissime: tutto come la bambola più famosa del mondo, icona di bellezza per eccellenza.

                                            

 

“Se la perfezione non fosse una chimera, non avrebbe tanto successo” (Honoré de Balzac)

 

Non è certo da demonizzare il fatto che oggi la chirurgia estetica sia, dal punto di vista economico, quasi alla portata di tutti. Le perplessità sorgono quando si vogliono raggiungere standard di bellezza irraggiungibili e si diventa vittime di una sindrome di identificazione con la collettività, che ci porta a sacrificare la nostra individualità in nome dei modelli omologati imposti dalla società dell’immagine e dell’effimero. E il risultato è che le donne sono diventate tutte finte, siliconate, gonfiate artificialmente e assolutamente non naturali. Non c’è più nulla di autentico in queste bellezze omologate, quasi seriali: vere e proprie “bambole” che con la famosa Barbie hanno in comune non solo le forme, ma anche la riproducibilità e l’artificialità dei materiali.

 

 La bellezza che uccide

 

“Pesava 46 chili ed era alta un metro e 72, eppure si vedeva troppo grassa; per questo mangiava solo un pomodoro, una mela o una fetta di cocomero ogni tanto, ma anche con quel poco nello stomaco dopo un quarto d’ora andava in bagno e vomitava”, ha raccontato la sua compagna di appartamento. “Era sempre ossessionata dal peso e temeva che l’agenzia con la quale lavorava non l’avrebbe chiamata più se avesse preso qualche chilo”.

 Arrivata a 40 chili, la modella brasiliana Ana Carolina Reston, è morta di anoressia a ventuno anni: ennesima vittima dello spietato mondo delle passerelle, dove se non rispondi ai canoni della magrezza estrema sei out. Era il 2006. Da allora la lista delle ragazze immolate al “dorato” quanto effimero mondo della moda ha continuato ad allungarsi.

Ma l’anoressia ha gli occhi e il corpo nudo di Isabelle Caro, la modella francese morta nel 2010, vittima di una malattia durata 15 anni, che l’aveva ridotta a pesare 31 chili.  Poco prima di morire, la ragazza aveva accettato il ruolo di testimonial nella campagna choc lanciata da Oliviero Toscani per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sul dramma dell’anoressia. “Mi sono nascosta e coperta per troppo tempo- aveva dichiarato in un’intervista Isabelle- adesso voglio mostrarmi senza paura, anche se so che il mio corpo ripugna”.

L’anoressia, che di fatto è un lento suicidio, sta assumendo proporzioni allarmanti in tutto il mondo occidentale, soprattutto tra le adolescenti: fenomeno in gran parte dovuto alla massiccia propaganda che impone un certo standard di bellezza femminile.

                               

 In questi ultimi decenni si è notevolmente abbassata l’età minima in cui ha esordio l’anoressia nervosa e si è anche notevolmente esteso il suo campo d’azione. Dal mondo patinato delle passerelle e dall’austerità delle scuole di danza classica, infatti, l’anoressia si è spostata in una dimensione più quotidiana, individuale e privata. I corpi drammaticamente scheletrici non sono più solo quelli delle top model o delle ballerine, non appartengono solo a nomi celebri, ma sono quelli di ragazze qualunque, quelle che incontriamo al supermercato, in palestra o per la strada. E proprio per questo ancora più drammaticamente veri e sofferti.

 Corpi debilitati che diventano sempre più ossuti e spigolosi, costole che sporgono, gambe e braccia che sembrano bastoni coperti di pelle, volti scavati ed emaciati, occhi privi di espressione. E sempre un perenne stato di inadeguatezza, di lacerazione, di ossessione ed un rapporto estenuante e distruttivo con il cibo, il cui rifiuto corrisponde sempre più ad un rifiuto della propria persona. Il tutto per essere in linea con le imposizioni della moda.

                     

Se fino a qualche anno fa il male che mieteva più giovani vittime nei Paesi sviluppati era l’AIDS, ora vi è un flagello ancora più pericoloso perché agisce in modo subdolo, corrode le menti delle più giovani ed è alimentato dalla nostra stessa società dell’immagine.

Una vera e propria epidemia che colpisce chi, pur di essere magra e vincente, crede di potersi plasmare fino a farsi del male. Molto male.

Oggi in Italia circa il 10% degli adolescenti soffre di disturbi dell’alimentazione.

Un dato davvero allarmante è che esistono più di 300 mila siti web che inneggiano all’anoressia e alla bulimia ed insegnano tutte le tecniche per non mangiare, una sorta di vademecum per diventare “anoressiche e bulimiche doc”.

Si tratta di una vera e propria istigazione al dimagrimento estremo di cui diventano facili esche soprattutto le più giovani, considerando che i motori di ricerca non effettuano nessun tipo di controllo sui contenuti.

Fortunatamente oggi, da più parti, vengono continuamente lanciate campagne e petizioni con il fine di impedire alla comunità ANA di proliferare online, combattendo così un fenomeno insidioso e pericoloso che, all’ombra della rete, uccide centinaia di ragazzi.

 

Il business della bellezza

Che la bellezza possa tradursi in una risorsa economica lo aveva già intuito, quasi due secoli fa, il poeta Gioacchino Belli, che ad essa dedicò un celebre sonetto in dialetto romanesco.

Una serie di studi realizzati separatamente da ricercatori italiani, americani e tedeschi ha confermato che essere belli e magri aiuta a trovare lavoro; è risultato che le donne più belle hanno lavori più gratificanti e meglio pagati. E’ ben noto che oggi la bella presenza è richiesta per quasi tutti i lavori che implichino stare a contatto con il pubblico: tra più aspiranti ad un posto di commessa o di cameriera, l’impiego andrà sicuramente alla più carina. La conclusione è più che ovvia: la bellezza paga.

 Se la bellezza è un valore per chi la possiede, lo è ancora di più per chi dal mito della bellezza trae cospicui profitti e sfrutta per scopi commerciali l’ossessione delle donne di piacere e di piacersi. Intorno al settore bellezza, infatti, ruota un giro d’affari di proporzioni esorbitanti: l’industria delle diete, dei cosmetici, della chirurgia estetica, sono tutte legate al mito della bellezza e, dato che guadagnano dal suo perpetuarsi, investono molto perché ciò avvenga. Il messaggio è fin troppo chiaro: “se ti sforzi e spendi abbastanza, avrai il look e la forma giusta, quindi avrai successo e felicità!” E’ nel loro interesse farlo credere.

                     

                                

E le diete altro non sono che una trovata di marketing per vendere prodotti dimagranti e alimenti light. Senza contare i miliardi che vengono spesi nelle palestre, nelle beauty farm, nei solarium, negli istituti di bellezza, nei centri fitness e nelle cliniche private.

Ragazze e donne di tutte le età si affannano alla ricerca della perfezione: dimagrire, ringiovanire, tonificare, “ritoccarsi”, abbronzarsi, sottoporsi a cicli di massaggi diventano imperativi categorici. La dittatura della bellezza impone di levigare, dimagrire, tonificare, spianare, rassodare, aspirare, riempire.

 Di fronte al bisogno di farsi belle non c’è crisi che tenga, e intanto le industrie della bellezza lucrano sulle insicurezze e debolezze delle donne.

Il settore non conosce crisi e forse, proprio quando le certezze diminuiscono, le persone sono indotte a cercare gratificazioni, non sempre a buon mercato e non sempre innocue, nel farsi belle.

L’industria del dimagrimento e quella farmaceutica, il business della chirurgia estetica, l’ossessione della magrezza della moda fanno leva sulla nostra frustrazione di non essere perfette e ci portano ad odiare il nostro corpo se non risponde ai canoni imposti, inducendoci a fare di tutto pur di rientrare nel cosiddetto c.u.b.o., il canone unico di bellezza omologata.

Con la promessa di farci perdere i chili di troppo, televendite, giornali ed Internet ci propongono novità assurde, inutili o addirittura pericolose. Di tutti questi “miracolosi” ritrovati l’unica cosa certa è che svuotano il nostro portafoglio e fanno affluire miliardi di euro nelle tasche di chi ce li vende approfittando della nostra credulità.

Da una recente indagine del Quality Life Insitute, un’agenzia di ricerca collegata con università italiane ed estere, è risultato che il mercato della bellezza ha un fatturato di oltre venti miliardi di euro, coinvolge trasversalmente decine di settori ed interessa più della metà degli Italiani. Ed il giro d’affari è in continua espansione tanto da stimolare crescenti investimenti.

E così, mentre le donne diventano sempre meno sicure di se stesse e del loro corpo, le aziende che lavorano per “costruire” la loro bellezza diventano sempre più forti, ricche e potenti. 

 

 Il mito della bellezza: un’arma contro le donne

 

Non posso concludere questa mia indagine sulla bellezza femminile senza far riferimento ad un classico del femminismo anni Novanta, “Il mito della bellezza”, pubblicato nel 1991 dalla scrittrice americana Naomi Wolf  e diventato un best seller internazionale.

 Nel suo saggio, oggi irreperibile nelle librerie, la Wolf parla di “mercificazione della bellezza femminile”, assunto che ai tempi sembrò controcorrente e addirittura provocatorio e che invece oggi, a distanza di oltre venti anni, sembra pienamente confermato dalla realtà dei fatti. La tesi della Wolf risulta quanto mai attuale: l’ideale della bellezza non è qualcosa di naturale ed innato nelle donne, non è scaturito dai loro bisogni e dalle loro inclinazioni, ma è un canone appositamente strutturato e costruito dal mercato per farle sentire continuamente inadeguate ed in difetto, e sfruttare così le loro insicurezze per scopi commerciali. Secondo la Wolf, il mito della bellezza non sarebbe altro se non  una grande menzogna costruita per necessità economiche.

Se da un lato le lotte per l’emancipazione femminile hanno liberato le donne su tanti fronti, il mito della bellezza le ha nuovamente imprigionate,

La società ha creato un ideale estetico, quello della donna perfetta, magra, forever young, che è quasi impossibile da raggiungere: le donne, nel tentativo di avvicinarsi a tale  standard di bellezza, continuano a dissipare preziose energie che potrebbero utilizzare per altri obiettivi piuttosto che sprecare in inutili frustrazioni, ansie, sensi di colpa e vergogna per i loro difetti fisici. E’ questa la ragione per cui il mito della bellezza viene definito come  un’arma a doppio taglio contro le donne, uno strumento per opprimerle, per impedire loro di esprimere tutte le loro potenzialità, una “controffensiva della società maschile per contrastare il loro crescente potere”. Poiché le donne, con il loro talento, potevano essere migliori degli uomini in molti campi.

 

 

 

 

 

 

82 commenti

82 thoughts on “La mia tesi

  1. Pingback: La bellezza femminile: quale modello? – Pigra…aspirante runner

  2. Ciao sto facendo la tesina di maturità su questo argomento , vorrei un consiglio su che collegamento fare riguardo a letteratura, Grazie!

  3. Complimenti, letto tutto d’un fiato. Ci vuole consapevolezza altrimenti qui pensiamo di emanciparci e finiamo piú oppresse di prima

  4. Pingback: Beauty | DesAgn

  5. Ciao Alice, il tuo lavoro è magnifico, complimenti, sei stata dettagliatissima! Io sto facendo la tesi di laurea sulla bellezza, sia maschile che femminile: analisi (ovviamente non approfondita quanto vorrei, ci vorrebbero anni!) storica, sociologica e psicologia. Volevo chiederti qual è stata la tua bibliografia, se puoi e vuoi rispondermi, per il paragrafo inerenti agli stereotipi di bellezza nel corso della storia mi sarebbe di grandissimo aiuto! Ti ringrazio in anticipo e faccio nuovamente i complimenti, sei stata fonte di ispirazione per il mio lavoro :3

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