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Standard di bellezza in controtendenza

 Sebbene abbia rivolto la mia attenzione sui canoni di bellezza femminile vigenti nel mondo occidentale, credo che valga la pena soffermarsi brevemente sugli ideali di bellezza di alcuni gruppi etnici isolati e non raggiunti dalla globalizzazione.

Un esempio che contrasta con le tendenze della moda occidentale è rappresentato dalla tradizione storico-antropologica di alcuni Paesi andini, dove è considerata bella una donna forte, capace di sopravvivere e riprodursi, dunque una donna robusta e ben in carne. Considerando la natura nomade di alcuni popoli delle Ande, questi requisiti sono necessari per affrontare gli spostamenti, le avversità ambientali e climatiche e l’allevamento dei figli.

Presso questi popoli alle donne troppo magre non è consentito indossare gli abiti, riservati esclusivamente alle donne robuste, quindi fertili e forti, di cui esaltano la femminilità.

Siamo di fronte ad un ideale estetico che esalta l’abbondanza ed emargina la magrezza: un ideale evidentemente molto diverso dal nostro.

Stesso standard estetico si ritrova in Mauritania, dove le donne obese sono considerate molto sexy. Da un recente sondaggio condotto da un funzionario del Governo è risultato che il 20% delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni cerca di ingrassare per piacere agli uomini.

Ci sono poi dei gruppi tribali dove le donne, per diventare “belle”, sono costrette a sottoporsi a terribili torture che deturpano il loro aspetto e causano loro danni fisici irreversibili.

In Birmania alle donne della tribù Padaung vengono applicati, sin da giovani, degli anelli di metallo che hanno lo scopo di distanziare le vertebre del collo.

Si tratta di una pratica barbara che con il tempo deforma il collo al punto che, se si togliessero gli anelli, non sarebbe più in grado di sostenere il capo. Le cosiddette “donne giraffa” sono condannate ad un supplizio quotidiano a causa degli anelli, che si surriscaldano al sole, provocano irritazioni ed infezioni e naturalmente rendono molto difficili i movimenti.

Tra i Mursi, un gruppo etnico dell’Etiopia, è diffusa la terribile pratica di applicare alle donne un “piattello” alle labbra e alle orecchie. Alle bambine vengono inseriti dei bastoncini di legno nel labbro inferiore; con il tempo il foro viene allargato con piattelli sempre più grossi. Secondo alcuni studiosi, questa usanza barbara serviva in origine a scoraggiare il rapimento delle donne da parte degli schiavisti.

Sempre in Etiopia, le donne Kara, un’etnia che sta scomparendo, trafiggono il labbro inferiore con un bastoncino o un chiodo, scarnificano la pelle provocando “cicatrici estetiche” e, in occasioni particolari, dipingono il corpo con acqua e gesso.

In Namibia incontriamo un altro singolare ideale estetico, quello delle “donne scultura”: le donne Himba spalmano sulla pelle ed intorno ai capelli intrecciati un impasto ottenuto mescolando polvere d’ocra, burro di capra ed erbe. In tal modo i loro corpi sembrano  delle sculture di terracotta, che gli uomini trovano molto belle e sexy.

Presso molte popolazioni dell’Africa occidentale, della Nuova Guinea e tra gli aborigeni australiani si pratica la scarnificazione della pelle: negli strati superficiali della pelle vengono praticate delle piccole incisioni; i tagli vengono poi irritati molte volte con polveri e prodotti coloranti. Il risultato sono grosse cicatrici che identificano l’etnia e che costituiscono una grande attrazione sessuale.

Secondo alcuni studiosi di antropologia, queste pratiche sarebbero degli espedienti adottati dagli uomini per rendere le loro donne meno attraenti e proteggerle così da stupri e rapimenti. Con il  tempo queste usanze si sono consolidate e oggi gli uomini trovano più attraenti le donne che deturpano il loro corpo in modo tanto orribile.